venerdì 6 luglio 2012

Bocce di Xanax 3

Oggi parliamo dei gesti tecnici fondamentali del gioco. Sono soltanto due, l’accosto e la bocciata. “Accostare” e “tirare a punto” è lo stesso. Gli esempi dovrebbero spiegare il “fosse davvero così” che chiudeva la parte dedicata alle bocce nella puntata scorsa.
Per avere un’idea del campo pensiamo a un rettilineo di terra o di asfalto lungo ventotto metri da cima a fondo e largo tre. La distanza effettiva di gioco, quella entro la quale il pallino è valido, è compresa fra 12,5 e 17,5 metri. A dirla così sembra poca roba, ma è un bel po’ di spazio. Occorre avvicinare al pallino delle sfere di lega di bronzo dal diametro medio di nove centimetri e mezzo, forse qualcosa di più, e dal peso di circa un chilo. Avvicinarle sul serio, nel raggio di dieci centimetri se si può. Le bocce a mezzo metro sono discrete, quelle più distanti, beh, erano state giocate con molte buone intenzioni.
La bocciata sembra ancora più difficile da concepire: si prende una rincorsa di quattro, cinque, sei, alcuni anche sette passi, non importa, basta non oltrepassare la linea di tiro, e si lancia la boccia verso il bersaglio. Non la si fa correre sperando che passi di lì: la si tira proprio sopra la boccia avversaria, che misura sempre i soliti nove centimetri e mezzo di diametro più o meno. Nove centimetri e mezzo a 15 metri: c’è più terra che boccia. Questa è un’altra formula ricorrente nel linguaggio del gioco, che ha più formule idiomatiche del latino. Una equivalente è: “di qua e di là è più largo”. Provate a immaginare di tenere in mano un pompelmo e di doverlo tirare al volo in una scatola da scarpe distante quanto sono lunghe quattro Mercedes Classe A messe una in fila all’altra. Non sembra uno scherzo, no? Beh, nella scatola da scarpe ci stanno comode sei bocce. Chi non ha mai provato, e come quasi tutti, me compreso, ha difficoltà a centrare il cestino della carta da mezzo metro, pensa che sia impossibile. Quando ho fatto vedere come si fa a qualcuno che non ne sapeva niente la domanda è sempre stata: “Ma… sai già che forza devi darle?”. E dire che nella mia dimostrazione ricca di buona volontà non avevo necessariamente centrato il bersaglio: per fare una discreta impressione basta tirarla nei paraggi.

Individuare i fondamentali dell’ansia, individuarne due, per non rompere il parallelo con le bocce, è un lavoro impegnativo. Io stesso non saprei quali siano gli aspetti peggiori. Comunque, scelgo la perdita del controllo dei pensieri e la paura.
La perdita del controllo dei pensieri si può definire in tanti modi quante sono le persone che ne soffrono. La descrizione che ne farò sembrerà quella di un cataclisma, in realtà per fortuna si tratta di un disturbo non grave in senso assoluto, non irreversibile, non fatale. All’inizio non lo diresti, ma è così. A essere gravi sono i costi sociali che esige, i sacrifici che richiede, le rinunce che impone, il peso di disagio e di debolezza vulnerabile di cui carica le piccole azioni di tutti i giorni.
Se si potesse osservare dall’esterno un attacco di ansia violenta, seguirne la curva come in un grafico, di certo si potrebbe intuire il suo arrivo, sentirla salire tranquilla e sicura, senza fretta, ma chi ne viene colpito se ne accorge quando ormai è fatta. La sua potenza assoluta, incontrastabile sul breve periodo, sta nel fatto che non solo spazza via tutto quello che trova sul proprio cammino, dando pure l’impressione di non impegnarsi tanto, ma che ha anche in sé gli elementi per neutralizzare le contromisure.
Si prova un disagio, un malessere, un senso di disperazione e di semplice imminente morte in proporzioni e intensità mai immaginate prima, e non c’è spazio per niente se non per la certezza di avere qualcosa di brutto, di veramente brutto, nel significato più serio e spaventoso di una parola di cui si sottovaluta quasi sempre la reale portata. La perdita nel controllo dei pensieri sta proprio nella percezione netta e crudele di questo insieme di effetti combinata con la totale incapacità di pensare ad altro. È proprio così come lo dico: non si può pensare ad altro.
Col tempo si impara a reagire in tempi e modi che rendono il problema quasi tollerabile, ma le prime volte, quelle in cui il quadro è peggiorato dal terribile impatto del nuovo, sembra che non ci sia soluzione. No, altro che soluzione: che non ci sia scampo. È del tutto inutile provare a pensare a qualcosa di bello, tenere impegnata la mente con un solitario o col lavoro, fare una passeggiata o sentire la musica o fare quello che di solito ci piace. È come provare a fermare l’acqua con l’acqua e serve solo a stare peggio, perché il corto circuito fra le attività che di solito fanno stare bene e il senso di panico e di pericolo in atto mortifica quelle attività e le rende odiose, pare assurdo averci dedicato anche due minuti nella vita, altro che flipper, vacanze al mare e arte fiamminga.
La paura viaggia insieme all’ansia, non c’è l’una senza l’altra (intendo dire che ci può essere paura senza ansia, ma non ansia senza paura). La perdita del controllo dei pensieri non è un calco fedele della paura, ma di sicuro è un bell’innesco. I sintomi sono più o meno quelli di sempre, molto caldo improvviso o molto freddo, mani che si muovono per conto loro, ginocchia che improvvisamente non danno più affidamento, sensazione di minaccia, confusione. Quel che è peggio, e che fa ancora più paura, è che la minaccia non c’è.

giovedì 5 luglio 2012

Bocce di Xanax 2

Con le bocce, però, non è così semplice.
I giorni delle bocce romantiche, ruspanti, a balzelloni, nelle corti e sui campetti delle osterie, perché davvero una volta ogni osteria ne aveva uno, anche quelle dei romanzi francesi, sono finiti. Mi trovo in imbarazzo nel cancellare in un solo post decenni di immagini gagliarde, di nasi rossi, fiaschi e bicchieri spessi e bassi, che scomparivano nelle mani di giocatori dalle dita quadrate. Salame, acciughe, gilet un po’ tarlati, sgabelli ballerini e luci fioche, canzoni malinconiche e sempre più sguaiate man mano che la sera andava avanti, tutto questo non esiste più. Esiste altrove, le acciughe sono anche molto care, ma insieme non ci sono più le bocce, quelle bocce lì, grandi e ammaccate, di bosso scuro, con un buco per infilarci il pollice.
Da alcuni decenni le bocce tentano di diventare uno sport. Lo meriterebbero. Per ora, dello sport hanno due caratteristiche: il francese, la lingua della Federazione Internazionale, la stessa del Comitato Olimpico, e il regolamento, che fra norme e casistica sfiora le cento pagine. Sì, ma il gesto? Come si gioca a questo gioco?
«Le bocce sono il gioco più stupido del mondo: uno mette una boccia vicino al pallino, l’altro la toglie». Lo si sente dire spesso, nei circoli di bocce. Sembra una sintesi esemplare dell’essenza del gioco, ma in effetti è una banalità che diceva già il corsaro Francis Drake, il terrore dei Caraibi, l’incubo dei galeoni spagnoli, il primo inglese a circumnavigare il globo. Drake era un appassionatissimo giocatore di bowls, la versione inglese delle bocce, che si disputa con oggetti di forma simile a barattoli panciuti che hanno al loro interno un peso non centrato, quindi per farle arrivare in un punto dritto davanti a chi tira bisogna dare loro una traiettoria ellittica sul terreno. Si racconta che in un giorno d’estate del 1588, quando le vele dell’Armada Invencible si profilavano al largo delle coste inglesi, Drake stesse disputando un’accesissima partita con il nostromo della sua nave presso il Plymouth Hoe. Drake era il comandante in seconda della flotta inglese dopo Lord Howard di Effingham, e quando gli fecero presente che la sua presenza sarebbe stata più utile altrove, rispose che c’era tutto il tempo per finire la partita prima di dedicarsi agli spagnoli. Può darsi che sia solo una storiella, ma ci sta.
Uno mette e l’altro toglie, dunque. Giusto, inesorabile. Fosse davvero così.

Con l’ansia, invece, è proprio semplice come sembra: supplichi che passi.
L’ansia di cui parlo e che odio non è quella di tutti i giorni o quasi, quella che ci prende prima di affrontare un impegno, un esame all’università, una riunione che conta, un appuntamento cui teniamo. Questo tipo di ansia aiuta, è necessario, anzi, guai se non ci fosse, è quella che seleziona gli stimoli e comunica al corpo e alla mente che è ora di dare il meglio, che qualcosa di importante sta per accadere e che servono tutte le risorse e le energie. Si chiama ansia fisiologica.
L’ansia patologica condivide con quella fisiologica nient’altro che l’ortografia. Si chiamano allo stesso modo ma è un equivoco crudele perché fa sì che chi ne soffre non venga compreso quasi mai e si senta rivolgere domande ben intenzionate ma fastidiose come “ma che succede? Ma che problemi hai?”. Cercano una causa scatenante dove di cause non ce ne sono. E’ più difficile da spiegare che colpire una scatola da scarpe, una boccia, e anche un pallino o una moneta da dieci centesimi tenuta su controsole da un mucchietto di sabbia. Quando arriva vorresti disperatamente un’origine alla quale ricondurla, ma non la trovi, e quando succede allora hai veramente paura.

lunedì 2 luglio 2012

Calcio!?

Scrivere di calcio non è obbligatorio. Ci sono così tante altre cose divertenti da fare. Soprattutto, non c'è ragione, nessuna, per farne una allegoria della vita. E' più vero il contrario, la vita come allegoria del calcio. Delle bocce, poi, non parliamone. Comunque, fra i tanti che si sono cimentati, facendo anche gli spiritosi tipo "il rigore di Ozil è l'unico che ci piaccia", o robe così, fra i tanti, dicevo, ecco Gianni Riotta. Ne avevamo da vendere che parlasse di economia, se non è troppo forte la parola accostata a lui. Ma il calcio, articolo di uno sproposito di battute sulla Stampa di oggi. Con una chiusa veemente di amor di patria: "E ricordate: siamo l'unica squadra nazionale ad avere vinto mondiali prima e dopo la guerra".
Quando mi sono ripreso dalla minaccia di quell'"E ricordate:", con i due punti perentori, mi è venuto in mente che l'Italia ha vinto quattro titoli, nel 1934, nel 38, nell'82 e nel 2006. Però c'è un paese piccolo, negletto, sconosciuto, con la bandiera che sembra una camicia stirata male e un nome da populismo o da fumetto, l'Uruguay. Ecco, loro, gli Orientales, hanno vinto il primo mondiale, in casa loro, nel 1930, e poi un altro, in casa del Brasile, nel 1950, e ancora gli altri non hanno smesso di piangere. Ma loro non contano, sarà che sono fuori dall'Euro.

martedì 26 giugno 2012

Bocce di Xanax

Con le bocce funziona così.
Due, quattro sei o otto persone, uomini, donne, bambini, anziani, soprattutto anziani, si trovano su un campo lungo e stretto, tracciato con solchetti nella terra o nell’asfalto. Formate due squadre, lanciano avanti una sferetta di legno, dipinta di rosso, di verde o di arancione, alla quale bisogna avvicinare le proprie bocce. La sferetta si chiama pallino, o boccino. In italiano è assolutamente identico, anche se pallino suona più “professionale”. Nel piemontese invece, la lingua del gioco da quando il gioco esiste in Piemonte, si nasconde un insidioso falso amico: il balìn è il pallino, ma il bocìn è il vitello. Una volta, da bambino, alla bocciofila che frequentavo in campagna un tale invitò tutti ad ammirare al bocìn d’or. Io li seguii tutto curioso di vedere un bel pallino d’oro, pesante una ventina di grammi, che il tale doveva senz’altro aver portato via in qualche gara dei paesi, di quelle grosse che facevano d’estate. Quello intendeva invece un vitello di peso e taglia straordinari, che aveva vinto per acclamazione una medaglia alla mostra bovina di Carmagnola. Avevo il terrore degli animali, e tra la stalla dall’odore forte e il cortile della cascina di animali ce n’erano parecchi.

Si gioca. Quando qualcuno mette una boccia vicina al pallino gli altri ne lanciano una per aria cercando di colpirla. Una squadra gioca finché non prende il punto, può tirare una boccia sola oppure otto di fila, e gli altri nessuna, guardano e aspettano. Non è come nel curling che si gioca un sasso per volta, a turno. Tira la squadra A, poi la B, poi la A, poi la B, poi la A, e fino alla fine. Non importa la situazione sul terreno, può avere due punti la A o 3 la B, si gioca sempre a turno. Il risultato è che l’ultimo a tirare ha un vantaggio enorme, e spesso rinuncia a un punto pur di avere l’ultima pietra la mano dopo. Nelle bocce invece, se il punto è di A, B tira finché non lo prende o finisce le bocce. E’ molto più bello e più equo. Però il curling, eh, è molto televisivo: Eurosport trasmette i grandi eventi della disciplina, mondiali ed europei, una bella successione cadenzata di pietre gialle e rosse. Ho scoperto da poco, tra l’altro, che i giocatori di curling si muovono sul ghiaccio, ma non hanno i pattini, ma una scarpa dalla suola ruvida, per fare presa, e una dalla suola liscia, per scivolare.

Le bocce non sono televisive, a meno di non scagliarne una per infrangere lo schermo quando state guardando una partita di calcio e negano un rigore alla vostra squadra. Alla fine della mano, comunque, tante bocce vicine al pallino, tanti punti per la squadra che le ha giocate. Chi arriva prima a 13 punti, o a 12, o 11, dipende dai regolamenti locali, vince.

Con l’ansia funziona così: supplichi che passi.
Ci siamo di nuovo, come ogni anno. Le domande si sovrappongono, si confondono, fanno a chi è più prepotente, come gocce di pioggia in una pozzanghera. Sarà giocare sull'erba se la palla rimbalza all'altezza dei fianchi di gente alta due metri? Sarà giocare sull'erba se stanno tutti ancorati alla riga di fondo su palle che non passano la metà campo? Se gli scambi durano 24 colpi? Se nessuno segue il servizio avanti? Se i primi due del mondo a rete non sanno dove si trovano? Voglio Stefan Edberg, qui, subito, vestito di un manto di ermellino!

lunedì 16 gennaio 2012

Adoro quelli che, chiamati a commemorare un grande defunto, approfittano dell'occasione per esaltare se stessi mettendosi in posa accanto al feretro. In questa disciplina è maestro Alain Elkann, che scrisse di Giulio Einaudi morto e concluse più o meno così: "Quando ci vedevamo mi chiedeva sempre: 'quando traduci un classico?'". Curiosità condivisa da parecchi, incontentabili cui Stella Oceanis non è bastato.
Senza raggiungere queste vette himalayane, si difende bene Massimo Gramellini sulla Stampa di oggi. Il vicedirettore, di sabaudo, ha soprattutto l'understatement, la proverbiale, genetica ritrosia verso l'apparire, un velo lieve di timidezza e riluttanza nel porre se stesso al centro della scena, fosse anche quella di un teatro parrocchiale. Testimonia bene questa disposizione d'animo la serie di articoli firmata insieme al grandissimo Carlo Fruttero e intitolata "Fruttero & Gramellini", con Fruttero ritratto nei panni di Vittorio Emanuele II e Gramellini, che racconta di avere avuto in camera il poster di Cavour, in quelli di Garibaldi. Ne è nato anche un libro, La Patria, bene o male. Su ibs.it il libro è presentato così: "Carlo Fruttero e Massimo Gramellini hanno unito le loro intelligenze". C'è da pensare che quella di Fruttero si sentisse un po' spaesata.
E oggi, nella triste ricorrenza della morte di Fruttero, Gramellini non cede alla tentazione di ricordare che anche lui, sì, benché non ci tenesse, qualcosa con Fruttero ha fatto. Si limita a scrivere questo:

"Non aveva paura di morire, ma ne sentiva la responsabilità verso i vivi. Le figlie, i nipoti, gli amici, i lettori. Persino verso di me. Mentre scrivevamo la storia d'Italia in 150 date, era lui a mettermi fretta. "Ho il timore di andarmene prima della fine e di lasciarti a metà strada. Che ne so, nel '38 o nel '72".

Ha ragione lui. Gli ha insegnato la leggerezza.

lunedì 9 gennaio 2012

L'inverno è mascherato, altrimenti non mi sarei spinto al Parco Ruffini una mattina di gennaio. Ci ho passato un sacco di pomeriggi, da piccolo, con il pallone e la bicicletta, e ho visto un bel po' di partite di pallacanestro al palazzetto dello sport, prima del restyling che l'ha reso somigliante a un grosso ragno, con tutti i seggiolini gialli e blu. Non è il più bello dei parchi di Torino, né il più grande, o il più centrale, ma a me non dispiace, ha qualcosa di vivo. I vialetti asfaltati sono larghi davanti allo stadio dell'atletica, per terra si vedono le linee slavate dei campi da basket, le rinfrescano quando fanno il Trofeo Topolino. C'è un sacco di gente che corre, cammina, che va in bicicletta, e gli scacchi, i risciò, un trenino per bambini dal circuito così breve che deve far venire il mal di movimento.
Quando andavo al liceo trascorsi al Ruffini una mattina in cui avevo tagliato, l'ultimo anno lo facevo spesso. Una mattina che piovigginava vagabondai per il giardino deserto, triste, senza ombrello. Avevo nello zaino una specie di romanzo gotico che mi terrorizzava.
Nel prato in cui giocavo a calcio hanno piazzato due orribili fontane, e vicino ai bordi sostavano gruppi di gente coi cani, uomini e donne che confrontavano le proprie esperienze in un turbine di amore materno. I campi da tennis li hanno rifatti, una volta bisognava portarsi da casa anche la rete. C'era un buon doppio, giocato da quattro che avevano più o meno l'idea. Accanto al campo, su un panchetto di legno di quelli da percorso attrezzato, un signore di almeno settant'anni faceva gli addominali vestito di tutto punto, con un bel paio di pantaloni di velluto. Dopo si è messo a passeggiare intorno al campo con una pipa fra i denti. Tu non c'eri.