Adoro quelli che, chiamati a commemorare un grande defunto, approfittano dell'occasione per esaltare se stessi mettendosi in posa accanto al feretro. In questa disciplina è maestro Alain Elkann, che scrisse di Giulio Einaudi morto e concluse più o meno così: "Quando ci vedevamo mi chiedeva sempre: 'quando traduci un classico?'". Curiosità condivisa da parecchi, incontentabili cui Stella Oceanis non è bastato.
Senza raggiungere queste vette himalayane, si difende bene Massimo Gramellini sulla Stampa di oggi. Il vicedirettore, di sabaudo, ha soprattutto l'understatement, la proverbiale, genetica ritrosia verso l'apparire, un velo lieve di timidezza e riluttanza nel porre se stesso al centro della scena, fosse anche quella di un teatro parrocchiale. Testimonia bene questa disposizione d'animo la serie di articoli firmata insieme al grandissimo Carlo Fruttero e intitolata "Fruttero & Gramellini", con Fruttero ritratto nei panni di Vittorio Emanuele II e Gramellini, che racconta di avere avuto in camera il poster di Cavour, in quelli di Garibaldi. Ne è nato anche un libro, La Patria, bene o male. Su ibs.it il libro è presentato così: "Carlo Fruttero e Massimo Gramellini hanno unito le loro intelligenze". C'è da pensare che quella di Fruttero si sentisse un po' spaesata.
E oggi, nella triste ricorrenza della morte di Fruttero, Gramellini non cede alla tentazione di ricordare che anche lui, sì, benché non ci tenesse, qualcosa con Fruttero ha fatto. Si limita a scrivere questo:
"Non aveva paura di morire, ma ne sentiva la responsabilità verso i vivi. Le figlie, i nipoti, gli amici, i lettori. Persino verso di me. Mentre scrivevamo la storia d'Italia in 150 date, era lui a mettermi fretta. "Ho il timore di andarmene prima della fine e di lasciarti a metà strada. Che ne so, nel '38 o nel '72".
Ha ragione lui. Gli ha insegnato la leggerezza.
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