L'inverno è mascherato, altrimenti non mi sarei spinto al Parco Ruffini una mattina di gennaio. Ci ho passato un sacco di pomeriggi, da piccolo, con il pallone e la bicicletta, e ho visto un bel po' di partite di pallacanestro al palazzetto dello sport, prima del restyling che l'ha reso somigliante a un grosso ragno, con tutti i seggiolini gialli e blu. Non è il più bello dei parchi di Torino, né il più grande, o il più centrale, ma a me non dispiace, ha qualcosa di vivo. I vialetti asfaltati sono larghi davanti allo stadio dell'atletica, per terra si vedono le linee slavate dei campi da basket, le rinfrescano quando fanno il Trofeo Topolino. C'è un sacco di gente che corre, cammina, che va in bicicletta, e gli scacchi, i risciò, un trenino per bambini dal circuito così breve che deve far venire il mal di movimento.
Quando andavo al liceo trascorsi al Ruffini una mattina in cui avevo tagliato, l'ultimo anno lo facevo spesso. Una mattina che piovigginava vagabondai per il giardino deserto, triste, senza ombrello. Avevo nello zaino una specie di romanzo gotico che mi terrorizzava.
Nel prato in cui giocavo a calcio hanno piazzato due orribili fontane, e vicino ai bordi sostavano gruppi di gente coi cani, uomini e donne che confrontavano le proprie esperienze in un turbine di amore materno. I campi da tennis li hanno rifatti, una volta bisognava portarsi da casa anche la rete. C'era un buon doppio, giocato da quattro che avevano più o meno l'idea. Accanto al campo, su un panchetto di legno di quelli da percorso attrezzato, un signore di almeno settant'anni faceva gli addominali vestito di tutto punto, con un bel paio di pantaloni di velluto. Dopo si è messo a passeggiare intorno al campo con una pipa fra i denti. Tu non c'eri.
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