Adoro quelli che, chiamati a commemorare un grande defunto, approfittano dell'occasione per esaltare se stessi mettendosi in posa accanto al feretro. In questa disciplina è maestro Alain Elkann, che scrisse di Giulio Einaudi morto e concluse più o meno così: "Quando ci vedevamo mi chiedeva sempre: 'quando traduci un classico?'". Curiosità condivisa da parecchi, incontentabili cui Stella Oceanis non è bastato.
Senza raggiungere queste vette himalayane, si difende bene Massimo Gramellini sulla Stampa di oggi. Il vicedirettore, di sabaudo, ha soprattutto l'understatement, la proverbiale, genetica ritrosia verso l'apparire, un velo lieve di timidezza e riluttanza nel porre se stesso al centro della scena, fosse anche quella di un teatro parrocchiale. Testimonia bene questa disposizione d'animo la serie di articoli firmata insieme al grandissimo Carlo Fruttero e intitolata "Fruttero & Gramellini", con Fruttero ritratto nei panni di Vittorio Emanuele II e Gramellini, che racconta di avere avuto in camera il poster di Cavour, in quelli di Garibaldi. Ne è nato anche un libro, La Patria, bene o male. Su ibs.it il libro è presentato così: "Carlo Fruttero e Massimo Gramellini hanno unito le loro intelligenze". C'è da pensare che quella di Fruttero si sentisse un po' spaesata.
E oggi, nella triste ricorrenza della morte di Fruttero, Gramellini non cede alla tentazione di ricordare che anche lui, sì, benché non ci tenesse, qualcosa con Fruttero ha fatto. Si limita a scrivere questo:
"Non aveva paura di morire, ma ne sentiva la responsabilità verso i vivi. Le figlie, i nipoti, gli amici, i lettori. Persino verso di me. Mentre scrivevamo la storia d'Italia in 150 date, era lui a mettermi fretta. "Ho il timore di andarmene prima della fine e di lasciarti a metà strada. Che ne so, nel '38 o nel '72".
Ha ragione lui. Gli ha insegnato la leggerezza.
lunedì 16 gennaio 2012
lunedì 9 gennaio 2012
L'inverno è mascherato, altrimenti non mi sarei spinto al Parco Ruffini una mattina di gennaio. Ci ho passato un sacco di pomeriggi, da piccolo, con il pallone e la bicicletta, e ho visto un bel po' di partite di pallacanestro al palazzetto dello sport, prima del restyling che l'ha reso somigliante a un grosso ragno, con tutti i seggiolini gialli e blu. Non è il più bello dei parchi di Torino, né il più grande, o il più centrale, ma a me non dispiace, ha qualcosa di vivo. I vialetti asfaltati sono larghi davanti allo stadio dell'atletica, per terra si vedono le linee slavate dei campi da basket, le rinfrescano quando fanno il Trofeo Topolino. C'è un sacco di gente che corre, cammina, che va in bicicletta, e gli scacchi, i risciò, un trenino per bambini dal circuito così breve che deve far venire il mal di movimento.
Quando andavo al liceo trascorsi al Ruffini una mattina in cui avevo tagliato, l'ultimo anno lo facevo spesso. Una mattina che piovigginava vagabondai per il giardino deserto, triste, senza ombrello. Avevo nello zaino una specie di romanzo gotico che mi terrorizzava.
Nel prato in cui giocavo a calcio hanno piazzato due orribili fontane, e vicino ai bordi sostavano gruppi di gente coi cani, uomini e donne che confrontavano le proprie esperienze in un turbine di amore materno. I campi da tennis li hanno rifatti, una volta bisognava portarsi da casa anche la rete. C'era un buon doppio, giocato da quattro che avevano più o meno l'idea. Accanto al campo, su un panchetto di legno di quelli da percorso attrezzato, un signore di almeno settant'anni faceva gli addominali vestito di tutto punto, con un bel paio di pantaloni di velluto. Dopo si è messo a passeggiare intorno al campo con una pipa fra i denti. Tu non c'eri.
Quando andavo al liceo trascorsi al Ruffini una mattina in cui avevo tagliato, l'ultimo anno lo facevo spesso. Una mattina che piovigginava vagabondai per il giardino deserto, triste, senza ombrello. Avevo nello zaino una specie di romanzo gotico che mi terrorizzava.
Nel prato in cui giocavo a calcio hanno piazzato due orribili fontane, e vicino ai bordi sostavano gruppi di gente coi cani, uomini e donne che confrontavano le proprie esperienze in un turbine di amore materno. I campi da tennis li hanno rifatti, una volta bisognava portarsi da casa anche la rete. C'era un buon doppio, giocato da quattro che avevano più o meno l'idea. Accanto al campo, su un panchetto di legno di quelli da percorso attrezzato, un signore di almeno settant'anni faceva gli addominali vestito di tutto punto, con un bel paio di pantaloni di velluto. Dopo si è messo a passeggiare intorno al campo con una pipa fra i denti. Tu non c'eri.
giovedì 5 gennaio 2012
Mi capita ogni tanto di sognare di essere allo stadio, quasi sempre il Delle Alpi com'era prima che la Juventus lo rifacesse nuovo, smaltato, rifinito, pavesato, inaugurato con un rigore un po' protervo come da tradizione e tanto simile a una bolgia, dicono, anche se quando le cose non girano tanto bene ricorda più una parrocchia. Niente di nuovo anche qui, del resto.
Nel sogno sbuco sugli spalti, a volte la partita è già iniziata, e l'elemento condiviso in tutti i sogni è che non vedo il campo. Se mi siedo nei distinti c'è davanti un muro umano, oppure ho il posto dietro un pilastro, o vedo gli angoli tagliati da muretti e vetrate opache. Insomma, non si vede, e ogni volta mi domando come cazzo sia possibile che interi ordini di posti siano impallati. Stanotte per vedere il campo intero mi sono spostato tutto verso sinistra ed ero anche nervoso perché pagando il biglietto della tribuna mi trovavo a vedere la partita come se fossi in curva.
Nel sogno sbuco sugli spalti, a volte la partita è già iniziata, e l'elemento condiviso in tutti i sogni è che non vedo il campo. Se mi siedo nei distinti c'è davanti un muro umano, oppure ho il posto dietro un pilastro, o vedo gli angoli tagliati da muretti e vetrate opache. Insomma, non si vede, e ogni volta mi domando come cazzo sia possibile che interi ordini di posti siano impallati. Stanotte per vedere il campo intero mi sono spostato tutto verso sinistra ed ero anche nervoso perché pagando il biglietto della tribuna mi trovavo a vedere la partita come se fossi in curva.
martedì 3 gennaio 2012
Va bene che è il momento dell'eterogenesi dei fini, che c'è poco da ridere e chissà dove cadiamo e anche chi non voglia finisce per essere un po' millenarista perché tanto se dobbiamo andare andiamo, ma se un sito dedicato a Enrico Berlinguer fa l'agiografia di Keynes, beh, non c'è qualcosa che suona male?
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