Oggi parliamo dei gesti tecnici fondamentali del gioco. Sono soltanto
due, l’accosto e la bocciata. “Accostare” e “tirare a punto” è lo
stesso. Gli esempi dovrebbero spiegare il “fosse davvero così” che
chiudeva la parte dedicata alle bocce nella puntata scorsa.
Per avere un’idea del campo pensiamo a un rettilineo di terra o di
asfalto lungo ventotto metri da cima a fondo e largo tre. La distanza
effettiva di gioco, quella entro la quale il pallino è valido, è
compresa fra 12,5 e 17,5 metri. A dirla così sembra poca roba, ma è un
bel po’ di spazio. Occorre avvicinare al pallino delle sfere di lega di
bronzo dal diametro medio di nove centimetri e mezzo, forse qualcosa di
più, e dal peso di circa un chilo. Avvicinarle sul serio, nel raggio di
dieci centimetri se si può. Le bocce a mezzo metro sono discrete, quelle
più distanti, beh, erano state giocate con molte buone intenzioni.
La bocciata sembra ancora più difficile da concepire: si prende una
rincorsa di quattro, cinque, sei, alcuni anche sette passi, non importa,
basta non oltrepassare la linea di tiro, e si lancia la boccia verso il
bersaglio. Non la si fa correre sperando che passi di lì: la si tira
proprio sopra la boccia avversaria, che misura sempre i soliti nove
centimetri e mezzo di diametro più o meno. Nove centimetri e mezzo a 15
metri: c’è più terra che boccia. Questa è un’altra formula ricorrente
nel linguaggio del gioco, che ha più formule idiomatiche del latino. Una
equivalente è: “di qua e di là è più largo”. Provate a immaginare di
tenere in mano un pompelmo e di doverlo tirare al volo in una scatola da
scarpe distante quanto sono lunghe quattro Mercedes Classe A messe una
in fila all’altra. Non sembra uno scherzo, no? Beh, nella scatola da
scarpe ci stanno comode sei bocce. Chi non ha mai provato, e come quasi
tutti, me compreso, ha difficoltà a centrare il cestino della carta da
mezzo metro, pensa che sia impossibile. Quando ho fatto vedere come si
fa a qualcuno che non ne sapeva niente la domanda è sempre stata: “Ma…
sai già che forza devi darle?”. E dire che nella mia dimostrazione ricca
di buona volontà non avevo necessariamente centrato il bersaglio: per
fare una discreta impressione basta tirarla nei paraggi.
Individuare i fondamentali dell’ansia, individuarne due, per non
rompere il parallelo con le bocce, è un lavoro impegnativo. Io stesso
non saprei quali siano gli aspetti peggiori. Comunque, scelgo la perdita
del controllo dei pensieri e la paura.
La perdita del controllo dei pensieri si può definire in tanti modi
quante sono le persone che ne soffrono. La descrizione che ne farò
sembrerà quella di un cataclisma, in realtà per fortuna si tratta di un
disturbo non grave in senso assoluto, non irreversibile, non fatale.
All’inizio non lo diresti, ma è così. A essere gravi sono i costi
sociali che esige, i sacrifici che richiede, le rinunce che impone, il
peso di disagio e di debolezza vulnerabile di cui carica le piccole
azioni di tutti i giorni.
Se si potesse osservare dall’esterno un attacco di ansia violenta,
seguirne la curva come in un grafico, di certo si potrebbe intuire il
suo arrivo, sentirla salire tranquilla e sicura, senza fretta, ma chi ne
viene colpito se ne accorge quando ormai è fatta. La sua potenza
assoluta, incontrastabile sul breve periodo, sta nel fatto che non solo
spazza via tutto quello che trova sul proprio cammino, dando pure
l’impressione di non impegnarsi tanto, ma che ha anche in sé gli
elementi per neutralizzare le contromisure.
Si prova un disagio, un malessere, un senso di disperazione e di
semplice imminente morte in proporzioni e intensità mai immaginate
prima, e non c’è spazio per niente se non per la certezza di avere
qualcosa di brutto, di veramente brutto, nel significato più serio e
spaventoso di una parola di cui si sottovaluta quasi sempre la reale
portata. La perdita nel controllo dei pensieri sta proprio nella
percezione netta e crudele di questo insieme di effetti combinata con la
totale incapacità di pensare ad altro. È proprio così come lo dico: non
si può pensare ad altro.
Col tempo si impara a reagire in tempi e modi che rendono il problema
quasi tollerabile, ma le prime volte, quelle in cui il quadro è
peggiorato dal terribile impatto del nuovo, sembra che non ci sia
soluzione. No, altro che soluzione: che non ci sia scampo. È del tutto
inutile provare a pensare a qualcosa di bello, tenere impegnata la mente
con un solitario o col lavoro, fare una passeggiata o sentire la musica
o fare quello che di solito ci piace. È come provare a fermare l’acqua
con l’acqua e serve solo a stare peggio, perché il corto circuito fra le
attività che di solito fanno stare bene e il senso di panico e di
pericolo in atto mortifica quelle attività e le rende odiose, pare
assurdo averci dedicato anche due minuti nella vita, altro che flipper,
vacanze al mare e arte fiamminga.
La paura viaggia insieme all’ansia, non c’è l’una senza l’altra (intendo
dire che ci può essere paura senza ansia, ma non ansia senza paura). La
perdita del controllo dei pensieri non è un calco fedele della paura,
ma di sicuro è un bell’innesco. I sintomi sono più o meno quelli di
sempre, molto caldo improvviso o molto freddo, mani che si muovono per
conto loro, ginocchia che improvvisamente non danno più affidamento,
sensazione di minaccia, confusione. Quel che è peggio, e che fa ancora
più paura, è che la minaccia non c’è.
venerdì 6 luglio 2012
giovedì 5 luglio 2012
Bocce di Xanax 2
Con le bocce, però, non è così semplice.
I giorni delle bocce romantiche, ruspanti, a balzelloni, nelle corti e sui campetti delle osterie, perché davvero una volta ogni osteria ne aveva uno, anche quelle dei romanzi francesi, sono finiti. Mi trovo in imbarazzo nel cancellare in un solo post decenni di immagini gagliarde, di nasi rossi, fiaschi e bicchieri spessi e bassi, che scomparivano nelle mani di giocatori dalle dita quadrate. Salame, acciughe, gilet un po’ tarlati, sgabelli ballerini e luci fioche, canzoni malinconiche e sempre più sguaiate man mano che la sera andava avanti, tutto questo non esiste più. Esiste altrove, le acciughe sono anche molto care, ma insieme non ci sono più le bocce, quelle bocce lì, grandi e ammaccate, di bosso scuro, con un buco per infilarci il pollice.
Da alcuni decenni le bocce tentano di diventare uno sport. Lo meriterebbero. Per ora, dello sport hanno due caratteristiche: il francese, la lingua della Federazione Internazionale, la stessa del Comitato Olimpico, e il regolamento, che fra norme e casistica sfiora le cento pagine. Sì, ma il gesto? Come si gioca a questo gioco?
«Le bocce sono il gioco più stupido del mondo: uno mette una boccia vicino al pallino, l’altro la toglie». Lo si sente dire spesso, nei circoli di bocce. Sembra una sintesi esemplare dell’essenza del gioco, ma in effetti è una banalità che diceva già il corsaro Francis Drake, il terrore dei Caraibi, l’incubo dei galeoni spagnoli, il primo inglese a circumnavigare il globo. Drake era un appassionatissimo giocatore di bowls, la versione inglese delle bocce, che si disputa con oggetti di forma simile a barattoli panciuti che hanno al loro interno un peso non centrato, quindi per farle arrivare in un punto dritto davanti a chi tira bisogna dare loro una traiettoria ellittica sul terreno. Si racconta che in un giorno d’estate del 1588, quando le vele dell’Armada Invencible si profilavano al largo delle coste inglesi, Drake stesse disputando un’accesissima partita con il nostromo della sua nave presso il Plymouth Hoe. Drake era il comandante in seconda della flotta inglese dopo Lord Howard di Effingham, e quando gli fecero presente che la sua presenza sarebbe stata più utile altrove, rispose che c’era tutto il tempo per finire la partita prima di dedicarsi agli spagnoli. Può darsi che sia solo una storiella, ma ci sta.
Uno mette e l’altro toglie, dunque. Giusto, inesorabile. Fosse davvero così.
Con l’ansia, invece, è proprio semplice come sembra: supplichi che passi.
L’ansia di cui parlo e che odio non è quella di tutti i giorni o quasi, quella che ci prende prima di affrontare un impegno, un esame all’università, una riunione che conta, un appuntamento cui teniamo. Questo tipo di ansia aiuta, è necessario, anzi, guai se non ci fosse, è quella che seleziona gli stimoli e comunica al corpo e alla mente che è ora di dare il meglio, che qualcosa di importante sta per accadere e che servono tutte le risorse e le energie. Si chiama ansia fisiologica.
L’ansia patologica condivide con quella fisiologica nient’altro che l’ortografia. Si chiamano allo stesso modo ma è un equivoco crudele perché fa sì che chi ne soffre non venga compreso quasi mai e si senta rivolgere domande ben intenzionate ma fastidiose come “ma che succede? Ma che problemi hai?”. Cercano una causa scatenante dove di cause non ce ne sono. E’ più difficile da spiegare che colpire una scatola da scarpe, una boccia, e anche un pallino o una moneta da dieci centesimi tenuta su controsole da un mucchietto di sabbia. Quando arriva vorresti disperatamente un’origine alla quale ricondurla, ma non la trovi, e quando succede allora hai veramente paura.
I giorni delle bocce romantiche, ruspanti, a balzelloni, nelle corti e sui campetti delle osterie, perché davvero una volta ogni osteria ne aveva uno, anche quelle dei romanzi francesi, sono finiti. Mi trovo in imbarazzo nel cancellare in un solo post decenni di immagini gagliarde, di nasi rossi, fiaschi e bicchieri spessi e bassi, che scomparivano nelle mani di giocatori dalle dita quadrate. Salame, acciughe, gilet un po’ tarlati, sgabelli ballerini e luci fioche, canzoni malinconiche e sempre più sguaiate man mano che la sera andava avanti, tutto questo non esiste più. Esiste altrove, le acciughe sono anche molto care, ma insieme non ci sono più le bocce, quelle bocce lì, grandi e ammaccate, di bosso scuro, con un buco per infilarci il pollice.
Da alcuni decenni le bocce tentano di diventare uno sport. Lo meriterebbero. Per ora, dello sport hanno due caratteristiche: il francese, la lingua della Federazione Internazionale, la stessa del Comitato Olimpico, e il regolamento, che fra norme e casistica sfiora le cento pagine. Sì, ma il gesto? Come si gioca a questo gioco?
«Le bocce sono il gioco più stupido del mondo: uno mette una boccia vicino al pallino, l’altro la toglie». Lo si sente dire spesso, nei circoli di bocce. Sembra una sintesi esemplare dell’essenza del gioco, ma in effetti è una banalità che diceva già il corsaro Francis Drake, il terrore dei Caraibi, l’incubo dei galeoni spagnoli, il primo inglese a circumnavigare il globo. Drake era un appassionatissimo giocatore di bowls, la versione inglese delle bocce, che si disputa con oggetti di forma simile a barattoli panciuti che hanno al loro interno un peso non centrato, quindi per farle arrivare in un punto dritto davanti a chi tira bisogna dare loro una traiettoria ellittica sul terreno. Si racconta che in un giorno d’estate del 1588, quando le vele dell’Armada Invencible si profilavano al largo delle coste inglesi, Drake stesse disputando un’accesissima partita con il nostromo della sua nave presso il Plymouth Hoe. Drake era il comandante in seconda della flotta inglese dopo Lord Howard di Effingham, e quando gli fecero presente che la sua presenza sarebbe stata più utile altrove, rispose che c’era tutto il tempo per finire la partita prima di dedicarsi agli spagnoli. Può darsi che sia solo una storiella, ma ci sta.
Uno mette e l’altro toglie, dunque. Giusto, inesorabile. Fosse davvero così.
Con l’ansia, invece, è proprio semplice come sembra: supplichi che passi.
L’ansia di cui parlo e che odio non è quella di tutti i giorni o quasi, quella che ci prende prima di affrontare un impegno, un esame all’università, una riunione che conta, un appuntamento cui teniamo. Questo tipo di ansia aiuta, è necessario, anzi, guai se non ci fosse, è quella che seleziona gli stimoli e comunica al corpo e alla mente che è ora di dare il meglio, che qualcosa di importante sta per accadere e che servono tutte le risorse e le energie. Si chiama ansia fisiologica.
L’ansia patologica condivide con quella fisiologica nient’altro che l’ortografia. Si chiamano allo stesso modo ma è un equivoco crudele perché fa sì che chi ne soffre non venga compreso quasi mai e si senta rivolgere domande ben intenzionate ma fastidiose come “ma che succede? Ma che problemi hai?”. Cercano una causa scatenante dove di cause non ce ne sono. E’ più difficile da spiegare che colpire una scatola da scarpe, una boccia, e anche un pallino o una moneta da dieci centesimi tenuta su controsole da un mucchietto di sabbia. Quando arriva vorresti disperatamente un’origine alla quale ricondurla, ma non la trovi, e quando succede allora hai veramente paura.
lunedì 2 luglio 2012
Calcio!?
Scrivere di calcio non è obbligatorio. Ci sono così tante altre cose divertenti da fare. Soprattutto, non c'è ragione, nessuna, per farne una allegoria della vita. E' più vero il contrario, la vita come allegoria del calcio. Delle bocce, poi, non parliamone. Comunque, fra i tanti che si sono cimentati, facendo anche gli spiritosi tipo "il rigore di Ozil è l'unico che ci piaccia", o robe così, fra i tanti, dicevo, ecco Gianni Riotta. Ne avevamo da vendere che parlasse di economia, se non è troppo forte la parola accostata a lui. Ma il calcio, articolo di uno sproposito di battute sulla Stampa di oggi. Con una chiusa veemente di amor di patria: "E ricordate: siamo l'unica squadra nazionale ad avere vinto mondiali prima e dopo la guerra".
Quando mi sono ripreso dalla minaccia di quell'"E ricordate:", con i due punti perentori, mi è venuto in mente che l'Italia ha vinto quattro titoli, nel 1934, nel 38, nell'82 e nel 2006. Però c'è un paese piccolo, negletto, sconosciuto, con la bandiera che sembra una camicia stirata male e un nome da populismo o da fumetto, l'Uruguay. Ecco, loro, gli Orientales, hanno vinto il primo mondiale, in casa loro, nel 1930, e poi un altro, in casa del Brasile, nel 1950, e ancora gli altri non hanno smesso di piangere. Ma loro non contano, sarà che sono fuori dall'Euro.
Quando mi sono ripreso dalla minaccia di quell'"E ricordate:", con i due punti perentori, mi è venuto in mente che l'Italia ha vinto quattro titoli, nel 1934, nel 38, nell'82 e nel 2006. Però c'è un paese piccolo, negletto, sconosciuto, con la bandiera che sembra una camicia stirata male e un nome da populismo o da fumetto, l'Uruguay. Ecco, loro, gli Orientales, hanno vinto il primo mondiale, in casa loro, nel 1930, e poi un altro, in casa del Brasile, nel 1950, e ancora gli altri non hanno smesso di piangere. Ma loro non contano, sarà che sono fuori dall'Euro.
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