giovedì 29 dicembre 2011

Ieri ho fatto una scoperta e sono scosso. Ci sono momenti che diventano cesure, nette come quelle della metrica latina, quando scopri come nascono i bambini, o quando realizzi che le navi che vedi farsi piccole all'orizzonte non sprofondano in una voragine ma si portano soltanto fuori vista, o il sole che sta fermo, cose così. Succede con i libri, anche, la vita può cambiare, e io dalla morte di Gatsby non mi sono ancora del tutto ripreso e non credo che ci riuscirò mai. Stavolta è peggio.

Insomma, è questo. Mila Hazuki non è cugina di Mimi Ayuhara. E' tutto una truffa.

martedì 27 dicembre 2011

Antonio Gramsci.

«Ogni mattino, quando mi risveglio ancora sotto la cappa del cielo, sento che per me è capodanno.
Perciò odio questi capodanni a scadenza fissa che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione.
Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito.
Si finisce per credere sul serio che tra anno e anno ci sia una soluzione di continuità e che incominci una novella istoria, e si fanno propositi e ci si pente degli spropositi, ecc. ecc. È un torto in genere delle date.
Dicono che la cronologia è l’ossatura della storia; e si può ammettere.
Ma bisogna anche ammettere che ci sono quattro o cinque date fondamentali, che ogni persona per bene conserva conficcate nel cervello, che hanno giocato dei brutti tiri alla storia. Sono anch’essi capodanni.
Il capodanno della storia romana, o del Medioevo, o dell’età moderna.
E sono diventati così invadenti e così fossilizzanti che ci sorprendiamo noi stessi a pensare talvolta che la vita in Italia sia incominciata nel 752, e che il 1490 o il 1492 siano come montagne che l’umanità ha valicato di colpo ritrovandosi in un nuovo mondo, entrando in una nuova vita.
Così la data diventa un ingombro, un parapetto che impedisce di vedere che la storia continua a svolgersi con la stessa linea fondamentale immutata, senza bruschi arresti, come quando al cinematografo si strappa il film e si ha un intervallo di luce abbarbagliante.
Perciò odio il capodanno.
Voglio che ogni mattino sia per me un capodanno. Ogni giorno voglio fare i conti con me stesso, e rinnovarmi ogni giorno. Nessun giorno preventivato per il riposo. Le soste me le scelgo da me, quando mi sento ubriaco di vita intensa e voglio fare un tuffo nell’animalità per ritrarne nuovo vigore. Nessun travettismo spirituale.
Ogni ora della mia vita vorrei fosse nuova, pur riallacciandosi a quelle trascorse.
Nessun giorno di tripudio a rime obbligate collettive, da spartire con tutti gli estranei che non mi interessano.
Perché hanno tripudiato i nonni dei nostri nonni ecc., dovremmo anche noi sentire il bisogno del tripudio. Tutto ciò stomaca».

domenica 25 dicembre 2011

Ai piedi di Orione scorre un fiume di stelle, Eridano. C'era tra i saggi antichi chi lo faceva coincidere con il Nilo, anche perché, curiosamente, una delle stelle che lo compongono ha nome Canopo, proprio come l'isola che si trova presso la foce del Nilo. E' legato, Eridano, al mito di Fetonte, che chiese a Elio suo padre di guidare una volta il carro del sole. Il padre non è che si fidasse tanto, ma alla fine cedette, anche perché Fetonte doveva essere tignoso come un vecchio giocatore di tresette. "Va bene" gli disse "però per carità, guai se esci dal percorso che faccio io".
Fetonte si mise a cassetta, anzi no perché non era una carrozza barocca, comunque afferrò le redini e, all'alba, partì. I quattro cavalli che trainavano il carro, però, si resero conto in quattro secondi che la mano che li guidava era ben diversa da quella implacabile di Elio e decisero di divertirsi un po', del resto quando gli ricapitava. Partirono a rotta di collo e Fetonte poté tenerli sui solchi del padre per dieci metri, undici al massimo, prima che prendessero decisi verso nord. 
Accadde il pandemonio. Le stelle del Gran Carro si riscaldarono e finirono per bruciare quelle del Dragone, che se ne stava tranquillo all'ombra come tutti i giorni e naturalmente non ne fu contento: digrignò i denti e Fetonte istintivamente puntò ancora più su, poi guardò in basso e vedere la Terra così lontana non lo aiutò. Quando era ormai in rotta di collisione con lo Scorpione, che lo aspettava con la coda gonfia di veleno, Fetonte mollò le redini e il carro puntò verso terra. 
Le conseguenze furono modeste, la Libia divenne un deserto, la pelle degli etiopi si fece scura e i mari si seccarono. Zeus reagì nel modo urbano che gli era proprio: scagliò una folgore contro il povero Fetonte, che atterrò rovinosamente nell'Eridano. Quando gli Argonauti risalirono il fiume lo trovarono che ancora mandava fumo. 

sabato 24 dicembre 2011

Sembra che non debba mai più fare freddo. Abbiamo tenuto le maniche corte fin quasi a novembre e adesso c'è il sole, c'è il sole sempre e le bandiere dimenticate sui balconi sono esangui. Dalla finestra del bow window la grondaia della casa di fronte proietta un'ombra netta d'infilata, e il gancio che la ancora al muro somiglia ai gigli della monarchia francese. Il tempo passa col rame delle grondaie che diventa scuro.

martedì 20 dicembre 2011

«Buonasera, dove andiamo? Vicino, dice… non è vicino per niente corso Peschiera, per me vicino è quello che ti dice “andiamo in via Cibrario al 4, che ho male ai piedi”, quello è vicino, o quello del bar di via XX Settembre che quando chiude alle due di notte chiama il taxi per andare all’angolo con via Garibaldi, ma forse è perché ha l’incasso della sera e non vuole rischiare che glielo prendano, ci prende già abbastanza il nanetto, lo sa lei chi è il nanetto? Quello dicevano che non ce lo togliamo ma forse adesso ce lo togliamo, glielo dico io… Ce lo togliamo e si scoprono gli altarini, vedrà quanti, guarda, guarda, guarda, questo arriva e fa che passare, vede? Questa è l’Italia, ognuno che si fa i cazzi propri, loro possono, ma se gli tagli la strada tu, guarda, guarda, va a destra con la freccia a sinistra, se gli tagli la strada tu ti dicono che sei una testa di cazzo, loro no, andiamo dritto vero? Corso Racconigi, ah, corso Ferrucci dice, eh già, per riprendersi dopo il nanetto ci andranno minimo vent’anni, è peggio di una guerra, glielo dico io, l’unica è andare via, e io sto andando, ci andranno vent’anni e non basterà ancora, rimettere in piedi l’economia e le vite, no, dicevo metaforicamente eh, non vado da nessuna parte, ma adesso tra dieci, quindici anni che muoio forse avremo cominciato a tirarci su, voi giovani, alle mie figlie dico io sono stato fortunato perché ho vissuto due terzi della mia vita senza Berlusconi, che dico cinque anni, ce ne andranno venti, non bastano, peggio di una guerra, e lei è giovane e vedrà, dritto da piazza Adriano eh? Adesso dice che vuole fare le riforme che prometteva nel ’94, e c’è ancora gente che gli crede, io non gli credevo già nel ’94 e alle mie figlie ho detto “verrete sulla mia tomba e direte papà, avevi ragione”, altro che una guerra, peggio, vede che non era vicino, arrivare fin qui ci andava mezz’ora, a piedi, va bene qui? E ieri sono andato a comprare un aggeggio da Mediaworld, metta che faceva cinquanta euro, me l’hanno messo a cinquantadue per l’Iva al 21%, ma l’avranno ben comprato con l’Iva al 20, no, eppure niente, lei però con sette euro e quaranta tutto compreso se la toglie, è l’Italia che va così, ca staga bin».

domenica 11 settembre 2011

11 settembre 1973

Ya son 38 años. No conmemoramos sus muertes... honramos y celebramos sus vidas. Salvador Allende, Compañero Presidente, desde aquí una vez más te decimos que no fue en vano. Viva Chile, viva el Pueblo, vivan los Trabajadores.

lunedì 3 gennaio 2011

Le sette è l'ora degli ospedali, può già esserci il sole che spunta sopra i platani mentre cammini piano giù per il corso, oppure può essere ancora buio pesto come dentro un formicaio se nei formicai ci fossero i tram. Ci passo davanti tutti i giorni, poco dopo le sette, l'ospedale è grande e malconcio e si dice che sia meglio non frequentarlo. Mi viene in mente quel film con Michael Douglas e Val Kilmer che vanno alla caccia dei leoni, c'è il cantiere di un ponte ferroviario in Africa e un ospedale da campo, il medico è l'attore che fece il capitano Smith in Titanic e mentre si pulisce le mani dal sangue con uno straccio più sporco delle mani dice allegramente "Questo è il mio ospedale, e il mio consiglio è: non vi ammalate". Qui non è proprio così, ma normalmente chi può andare a rappezzarsi altrove preferisce.

In ospedale si va in due modi: quando si sta bene, e l'altro. Il primo è secco, nitido, placido come la campana di un passaggio a livello, l'altro sembra Proteo e fino a che non ti dicono che forma ha assunto non sai nemmeno che sia Proteo, semplicemente non sai. Quando vai a trovare qualcuno in ospedale, posto che non sia una persona cui realmente tieni, lo fai per passare il tempo, non è molto diverso che scorgere il giornale dei teatri come dicono si facesse una volta. Nel paesino di campagna che ho frequentato per molti anni in estate c'era un tizio che aveva quell'hobby, oltre alle bocce. C'è da ridere a raccontarlo, anche perché lui stesso ne aveva viste di tutti i colori sulla propria pelle, ma il suo pomeriggio ideale era andare all'ospedale di Savigliano o di Fossano - penso arrivasse fino a Cuneo - a trovare amici o parenti i cui reali vincoli, per sangue o acquisizione, erano spesso ignoti a ciascuno. Si fermava anche a fare due parole con chi era da solo e si racconta che una volta domandò a un poveretto che respirava come una cannuccia intasata "Lei fumava, vero?". In piemontese, la lingua che presumibilmente adoperò, suona molto meglio. Quando esci dall'intrattenimento ospedaliero ti senti discretamente invincibile. Stare male? Umf, pas pour moi.

Se invece amore o affetto o amicizia ti legano al ricoverato la questione assume tinte meno brillanti. La volta che andai a trovare mio padre prima che tornasse a casa non camminava, in effetti stava seduto per avventura, e quando lo collocammo sulla sedia a rotelle mi offersi di portarlo a fare un giro nei corridoi, caldi, caldi, con l'odore di caldo, di chiuso, di polvere, disinfettante e di cucina che deve essere uguale in tutti gli ospedali della galassia. Mi coprii di sudore in un secondo, l'ansia, la paura sfacciata e genuina di cadere, e mi tenni in piedi contro la sedia e provai a spingere, le ruote si mossero ma pesava venti miria, almeno mi sembrava, avevamo giocato il giorno prima e tentai di raccontare a mio padre l'incontro ma non ricordavo le formazioni, niente, non venivano. Quando esci provi un desiderio disumano di una doccia, cambieresti le tue mani macchiate e sporche con quelle di un monco e prenderesti a colpi di karate i medici che trovi nell'atrio, con camici leggeri bianchi e verdi e quegli zoccoli che devono essere meravigliosi per i piedi ma infondono una tristezza feroce, un senso di domestica intimità con l'ospedale. A volte capita di vedere un medico con la camicia azzurra e la cravatta sotto il camice, e allora è probabile che sia il primario. Gira per il reparto a vedere come vadano le cose, e spesso le cose vanno molto male.

Se il caso è l'altro, infine, non c'è tanto da dire, ti metti lì e aspetti, se riesci. Se aspetti tanto a volte è buon segno, ma non è detto.

E stamattina, all'ora degli ospedali, una donna è scesa da una vecchia Panda bianca, accompagnata da due persone più anziane. Aveva un cappotto scuro e un cappello di finta pelliccia e stava ritta in piedi davanti allo sportello del passeggero, nel controviale di dura terra gelata, piantata sulle gambe, e parlava forte, non erano proprio urla, poi lo sono diventate, ma all'inizio diceva soltanto "Non ci voglio andare" con tono rotto e brutale di bambina, sotto lo sguardo del parcheggiatore, "Non voglio farmi ricoverare", poi l'hanno abbracciata e ha smesso di urlare e, un passo e un inciampo, si sono incamminati verso l'ingresso, l'uomo più anziano a destra, la donna a sinistra e lei nel mezzo. Mi ha abbastanza gelato il sangue. Quando vieni via dagli ospedali canticchi Blue Moon modulando dalla voce profonda di Dean Martin a quella scat di Ella Fitzgerald. L'ho fatto, poco fa.