Fetonte si mise a cassetta, anzi no perché non era una carrozza barocca, comunque afferrò le redini e, all'alba, partì. I quattro cavalli che trainavano il carro, però, si resero conto in quattro secondi che la mano che li guidava era ben diversa da quella implacabile di Elio e decisero di divertirsi un po', del resto quando gli ricapitava. Partirono a rotta di collo e Fetonte poté tenerli sui solchi del padre per dieci metri, undici al massimo, prima che prendessero decisi verso nord.
Accadde il pandemonio. Le stelle del Gran Carro si riscaldarono e finirono per bruciare quelle del Dragone, che se ne stava tranquillo all'ombra come tutti i giorni e naturalmente non ne fu contento: digrignò i denti e Fetonte istintivamente puntò ancora più su, poi guardò in basso e vedere la Terra così lontana non lo aiutò. Quando era ormai in rotta di collisione con lo Scorpione, che lo aspettava con la coda gonfia di veleno, Fetonte mollò le redini e il carro puntò verso terra.
Le conseguenze furono modeste, la Libia divenne un deserto, la pelle degli etiopi si fece scura e i mari si seccarono. Zeus reagì nel modo urbano che gli era proprio: scagliò una folgore contro il povero Fetonte, che atterrò rovinosamente nell'Eridano. Quando gli Argonauti risalirono il fiume lo trovarono che ancora mandava fumo.
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