lunedì 3 gennaio 2011

Le sette è l'ora degli ospedali, può già esserci il sole che spunta sopra i platani mentre cammini piano giù per il corso, oppure può essere ancora buio pesto come dentro un formicaio se nei formicai ci fossero i tram. Ci passo davanti tutti i giorni, poco dopo le sette, l'ospedale è grande e malconcio e si dice che sia meglio non frequentarlo. Mi viene in mente quel film con Michael Douglas e Val Kilmer che vanno alla caccia dei leoni, c'è il cantiere di un ponte ferroviario in Africa e un ospedale da campo, il medico è l'attore che fece il capitano Smith in Titanic e mentre si pulisce le mani dal sangue con uno straccio più sporco delle mani dice allegramente "Questo è il mio ospedale, e il mio consiglio è: non vi ammalate". Qui non è proprio così, ma normalmente chi può andare a rappezzarsi altrove preferisce.

In ospedale si va in due modi: quando si sta bene, e l'altro. Il primo è secco, nitido, placido come la campana di un passaggio a livello, l'altro sembra Proteo e fino a che non ti dicono che forma ha assunto non sai nemmeno che sia Proteo, semplicemente non sai. Quando vai a trovare qualcuno in ospedale, posto che non sia una persona cui realmente tieni, lo fai per passare il tempo, non è molto diverso che scorgere il giornale dei teatri come dicono si facesse una volta. Nel paesino di campagna che ho frequentato per molti anni in estate c'era un tizio che aveva quell'hobby, oltre alle bocce. C'è da ridere a raccontarlo, anche perché lui stesso ne aveva viste di tutti i colori sulla propria pelle, ma il suo pomeriggio ideale era andare all'ospedale di Savigliano o di Fossano - penso arrivasse fino a Cuneo - a trovare amici o parenti i cui reali vincoli, per sangue o acquisizione, erano spesso ignoti a ciascuno. Si fermava anche a fare due parole con chi era da solo e si racconta che una volta domandò a un poveretto che respirava come una cannuccia intasata "Lei fumava, vero?". In piemontese, la lingua che presumibilmente adoperò, suona molto meglio. Quando esci dall'intrattenimento ospedaliero ti senti discretamente invincibile. Stare male? Umf, pas pour moi.

Se invece amore o affetto o amicizia ti legano al ricoverato la questione assume tinte meno brillanti. La volta che andai a trovare mio padre prima che tornasse a casa non camminava, in effetti stava seduto per avventura, e quando lo collocammo sulla sedia a rotelle mi offersi di portarlo a fare un giro nei corridoi, caldi, caldi, con l'odore di caldo, di chiuso, di polvere, disinfettante e di cucina che deve essere uguale in tutti gli ospedali della galassia. Mi coprii di sudore in un secondo, l'ansia, la paura sfacciata e genuina di cadere, e mi tenni in piedi contro la sedia e provai a spingere, le ruote si mossero ma pesava venti miria, almeno mi sembrava, avevamo giocato il giorno prima e tentai di raccontare a mio padre l'incontro ma non ricordavo le formazioni, niente, non venivano. Quando esci provi un desiderio disumano di una doccia, cambieresti le tue mani macchiate e sporche con quelle di un monco e prenderesti a colpi di karate i medici che trovi nell'atrio, con camici leggeri bianchi e verdi e quegli zoccoli che devono essere meravigliosi per i piedi ma infondono una tristezza feroce, un senso di domestica intimità con l'ospedale. A volte capita di vedere un medico con la camicia azzurra e la cravatta sotto il camice, e allora è probabile che sia il primario. Gira per il reparto a vedere come vadano le cose, e spesso le cose vanno molto male.

Se il caso è l'altro, infine, non c'è tanto da dire, ti metti lì e aspetti, se riesci. Se aspetti tanto a volte è buon segno, ma non è detto.

E stamattina, all'ora degli ospedali, una donna è scesa da una vecchia Panda bianca, accompagnata da due persone più anziane. Aveva un cappotto scuro e un cappello di finta pelliccia e stava ritta in piedi davanti allo sportello del passeggero, nel controviale di dura terra gelata, piantata sulle gambe, e parlava forte, non erano proprio urla, poi lo sono diventate, ma all'inizio diceva soltanto "Non ci voglio andare" con tono rotto e brutale di bambina, sotto lo sguardo del parcheggiatore, "Non voglio farmi ricoverare", poi l'hanno abbracciata e ha smesso di urlare e, un passo e un inciampo, si sono incamminati verso l'ingresso, l'uomo più anziano a destra, la donna a sinistra e lei nel mezzo. Mi ha abbastanza gelato il sangue. Quando vieni via dagli ospedali canticchi Blue Moon modulando dalla voce profonda di Dean Martin a quella scat di Ella Fitzgerald. L'ho fatto, poco fa.