giovedì 5 luglio 2012

Bocce di Xanax 2

Con le bocce, però, non è così semplice.
I giorni delle bocce romantiche, ruspanti, a balzelloni, nelle corti e sui campetti delle osterie, perché davvero una volta ogni osteria ne aveva uno, anche quelle dei romanzi francesi, sono finiti. Mi trovo in imbarazzo nel cancellare in un solo post decenni di immagini gagliarde, di nasi rossi, fiaschi e bicchieri spessi e bassi, che scomparivano nelle mani di giocatori dalle dita quadrate. Salame, acciughe, gilet un po’ tarlati, sgabelli ballerini e luci fioche, canzoni malinconiche e sempre più sguaiate man mano che la sera andava avanti, tutto questo non esiste più. Esiste altrove, le acciughe sono anche molto care, ma insieme non ci sono più le bocce, quelle bocce lì, grandi e ammaccate, di bosso scuro, con un buco per infilarci il pollice.
Da alcuni decenni le bocce tentano di diventare uno sport. Lo meriterebbero. Per ora, dello sport hanno due caratteristiche: il francese, la lingua della Federazione Internazionale, la stessa del Comitato Olimpico, e il regolamento, che fra norme e casistica sfiora le cento pagine. Sì, ma il gesto? Come si gioca a questo gioco?
«Le bocce sono il gioco più stupido del mondo: uno mette una boccia vicino al pallino, l’altro la toglie». Lo si sente dire spesso, nei circoli di bocce. Sembra una sintesi esemplare dell’essenza del gioco, ma in effetti è una banalità che diceva già il corsaro Francis Drake, il terrore dei Caraibi, l’incubo dei galeoni spagnoli, il primo inglese a circumnavigare il globo. Drake era un appassionatissimo giocatore di bowls, la versione inglese delle bocce, che si disputa con oggetti di forma simile a barattoli panciuti che hanno al loro interno un peso non centrato, quindi per farle arrivare in un punto dritto davanti a chi tira bisogna dare loro una traiettoria ellittica sul terreno. Si racconta che in un giorno d’estate del 1588, quando le vele dell’Armada Invencible si profilavano al largo delle coste inglesi, Drake stesse disputando un’accesissima partita con il nostromo della sua nave presso il Plymouth Hoe. Drake era il comandante in seconda della flotta inglese dopo Lord Howard di Effingham, e quando gli fecero presente che la sua presenza sarebbe stata più utile altrove, rispose che c’era tutto il tempo per finire la partita prima di dedicarsi agli spagnoli. Può darsi che sia solo una storiella, ma ci sta.
Uno mette e l’altro toglie, dunque. Giusto, inesorabile. Fosse davvero così.

Con l’ansia, invece, è proprio semplice come sembra: supplichi che passi.
L’ansia di cui parlo e che odio non è quella di tutti i giorni o quasi, quella che ci prende prima di affrontare un impegno, un esame all’università, una riunione che conta, un appuntamento cui teniamo. Questo tipo di ansia aiuta, è necessario, anzi, guai se non ci fosse, è quella che seleziona gli stimoli e comunica al corpo e alla mente che è ora di dare il meglio, che qualcosa di importante sta per accadere e che servono tutte le risorse e le energie. Si chiama ansia fisiologica.
L’ansia patologica condivide con quella fisiologica nient’altro che l’ortografia. Si chiamano allo stesso modo ma è un equivoco crudele perché fa sì che chi ne soffre non venga compreso quasi mai e si senta rivolgere domande ben intenzionate ma fastidiose come “ma che succede? Ma che problemi hai?”. Cercano una causa scatenante dove di cause non ce ne sono. E’ più difficile da spiegare che colpire una scatola da scarpe, una boccia, e anche un pallino o una moneta da dieci centesimi tenuta su controsole da un mucchietto di sabbia. Quando arriva vorresti disperatamente un’origine alla quale ricondurla, ma non la trovi, e quando succede allora hai veramente paura.

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