Con le bocce, però, non è così semplice.
I giorni delle bocce romantiche, ruspanti, a balzelloni, nelle corti e
sui campetti delle osterie, perché davvero una volta ogni osteria ne
aveva uno, anche quelle dei romanzi francesi, sono finiti. Mi trovo in
imbarazzo nel cancellare in un solo post decenni di immagini gagliarde,
di nasi rossi, fiaschi e bicchieri spessi e bassi, che scomparivano
nelle mani di giocatori dalle dita quadrate. Salame, acciughe, gilet un
po’ tarlati, sgabelli ballerini e luci fioche, canzoni malinconiche e
sempre più sguaiate man mano che la sera andava avanti, tutto questo non
esiste più. Esiste altrove, le acciughe sono anche molto care, ma
insieme non ci sono più le bocce, quelle bocce lì, grandi e ammaccate,
di bosso scuro, con un buco per infilarci il pollice.
Da alcuni decenni le bocce tentano di diventare uno sport. Lo
meriterebbero. Per ora, dello sport hanno due caratteristiche: il
francese, la lingua della Federazione Internazionale, la stessa del
Comitato Olimpico, e il regolamento, che fra norme e casistica sfiora le
cento pagine. Sì, ma il gesto? Come si gioca a questo gioco?
«Le bocce sono il gioco più stupido del mondo: uno mette una boccia
vicino al pallino, l’altro la toglie». Lo si sente dire spesso, nei
circoli di bocce. Sembra una sintesi esemplare dell’essenza del gioco,
ma in effetti è una banalità che diceva già il corsaro Francis Drake, il
terrore dei Caraibi, l’incubo dei galeoni spagnoli, il primo inglese a
circumnavigare il globo. Drake era un appassionatissimo giocatore di bowls,
la versione inglese delle bocce, che si disputa con oggetti di forma
simile a barattoli panciuti che hanno al loro interno un peso non
centrato, quindi per farle arrivare in un punto dritto davanti a chi
tira bisogna dare loro una traiettoria ellittica sul terreno. Si
racconta che in un giorno d’estate del 1588, quando le vele dell’Armada
Invencible si profilavano al largo delle coste inglesi, Drake stesse
disputando un’accesissima partita con il nostromo della sua nave presso
il Plymouth Hoe. Drake era il comandante in seconda della flotta
inglese dopo Lord Howard di Effingham, e quando gli fecero presente che
la sua presenza sarebbe stata più utile altrove, rispose che c’era tutto
il tempo per finire la partita prima di dedicarsi agli spagnoli. Può
darsi che sia solo una storiella, ma ci sta.
Uno mette e l’altro toglie, dunque. Giusto, inesorabile. Fosse davvero così.
Con l’ansia, invece, è proprio semplice come sembra: supplichi che passi.
L’ansia di cui parlo e che odio non è quella di tutti i giorni o
quasi, quella che ci prende prima di affrontare un impegno, un esame
all’università, una riunione che conta, un appuntamento cui teniamo.
Questo tipo di ansia aiuta, è necessario, anzi, guai se non ci fosse, è
quella che seleziona gli stimoli e comunica al corpo e alla mente che è
ora di dare il meglio, che qualcosa di importante sta per accadere e che
servono tutte le risorse e le energie. Si chiama ansia fisiologica.
L’ansia patologica condivide con quella fisiologica nient’altro che
l’ortografia. Si chiamano allo stesso modo ma è un equivoco crudele
perché fa sì che chi ne soffre non venga compreso quasi mai e si senta
rivolgere domande ben intenzionate ma fastidiose come “ma che succede?
Ma che problemi hai?”. Cercano una causa scatenante dove di cause non ce
ne sono. E’ più difficile da spiegare che colpire una scatola da
scarpe, una boccia, e anche un pallino o una moneta da dieci centesimi
tenuta su controsole da un mucchietto di sabbia. Quando arriva vorresti
disperatamente un’origine alla quale ricondurla, ma non la trovi, e
quando succede allora hai veramente paura.
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