venerdì 24 dicembre 2010
Piove, non fa freddo. Sull'autobus c'era molta gente in piedi, con gli ombrelli bagnati che bagnano le gambe dei pantaloni. Un sedile arancione inverso al senso di marcia era fradicio d'acqua ma il finestrino era chiuso, non ho visto da dove colasse, c'era una pozza nel punto più profondo e gocce spesse a raggiera intorno. Alla mia sinistra c'era un sudamericano con un dito rotto, la benda della stecca di metallo ancora pulita, o appena cambiata. Più lontani, davanti all'uscita centrale, un ragazzo e una ragazza dai piumini neri, non sono riuscito a vederne i volti, lui aveva i capelli corti e neri, lei una cuffia bianca come un basco e disegnava con l'indice sottile dei cuori sul vetro appannato della porta, le venivano bene, erano simmetrici, più gonfi a destra in realtà, ma somigliavano a come i cuori devono essere, credo. Poi ha fatto un cerchio, e a ridosso un altro, una stecca verticale e una parentesi tonda con la gobba in giù, uno smile, ecco, e sono scesi. Quando sono sceso io i cuori e lo smile erano tagliati dalla scia delle gocce che colavano, ma si distinguevano ancora.
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